Le emozioni non appartengono a una lingua, appartengono al corpo, sono ritmo, tensione, movimento interno.
La lingua arriva dopo, come forma che rende l’esperienza riconoscibile.
Essere bilingue non modifica l’intensità delle emozioni ma il modo in cui trovano espressione. Non “sento” in spagnolo o in italiano, do voce a ciò che sento attraverso due codici che convivono senza conflitto. Le lingue non determinano il vissuto, lo modulano, gli offrono angolature diverse.
Nella quotidianità, il mio registro interiore si muove tra i due idiomi senza che io lo decida. A volte la parola prende forma prima in una lingua, altre volte nell’altra; talvolta entrambe emergono quasi in simultanea, come se l’esperienza cercasse spontaneamente il linguaggio più adatto per raccontarsi. Non è alternanza è una coesistenza, un movimento naturale che mostra come l’identità possa ampliarsi senza fratture.
Nel mio caso, lo spagnolo conserva la traccia originaria, la memoria autobiografica, la voce delle prime cure, la tonalità primaria di ciò che mi ha formato.
L’italiano, invece, è la lingua nella quale si è costruita la vita adulta, la formazione, la terapia, alcune scelte professionali e relazionali. Non è una gerarchia, ma una doppia risonanza che arricchisce il vissuto senza alterarne il nucleo.
Le ricerche di Antonella Sorace sul bilinguismo (1) mostrano come vivere tra due lingue non sia solo un fatto comunicativo, ma un’esperienza cognitiva complessa che fa più amplia la flessibilità mentale, l’attenzione e la capacità di comprendere prospettive diverse. Questa apertura riguarda non solo i processi cognitivi, ma l’intero mondo interno. Pensare e parlare in due lingue significa riconoscere che esistono molteplici modi per dare forma a ciò che accade in noi.
Anche la traduzione, intenzionale o implicita, diventa un luogo di passaggio. Non è un semplice trasferimento di parole, è una pratica di mediazione continua tra due sistemi simbolici. Tradurre ciò che vivo rivela sfumature differenti, come se l’esperienza si illuminasse da un’angolazione nuova ogni volta che si traduce in un codice linguistico diverso.
Come scrive Amin Maalouf (2), l’identità non è un mosaico di parti isolate, è “un disegno tracciato su una pelle tesa”, un sistema vivo, delicato, in cui ogni appartenenza contribuisce al tutto. Vivere tra due lingue non produce una scissione, ma una continuità più ampia, un’identità che integra le sue origini e le sue trasformazioni.
Nel mio percorso, questo movimento ha generato uno spazio unitario che si muove con fluidità tra due mondi. Non ho scelto tra appartenenze diverse ho lasciato che queste si intrecciassero.
Ogni lingua è una diversa visione della vita (Iosif Brodskij) (3). Eppure, per chi vive tra due lingue, queste visioni non si oppongono, possiamo dire che si sovrappongono, si sfiorano, si illuminano a vicenda. Non costruiscono una doppia identità, ma una profondità maggiore della stessa.
In questo spazio di continuità, il sé non si divide, si allarga silenziosamente, come chi trova casa in più di un luogo.
Bibliografia
(1) Garraffa, M., Sorace, A., & Vender, M. (2020). Il cervello bilingue. Carocci.
(2) Maalouf, A. (1988). León el Africano (M. Armiño, Trad.). Alianza Editorial
(3) Brosky, J. (2017). Menos que uno. Ensayos escogidos (C. Manzano, Trad.). El Ojo del tiempo, Siruela
Immagini in ordine:
[copertina] Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese, 1964
Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese, 1959.
Lucio Fontana, Concetto spaziale, 1964.
Lucio Fontana, Concetto spaziale (Nero con buchi e sabbia), 1952.
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