Esiste una grande differenza tra il restare collegati e l’essere in relazione. In un’epoca in cui la tecnologia ci permette di raggiungere chiunque in ogni istante, paradossalmente l’incontro autentico sembra farsi sempre più raro. Per comprendere questa distanza, dobbiamo tornare alla distinzione fondamentale di Martin Buber (1), la relazione Io-Tu contrapposta alla relazione Io-Esso.
Nella relazione Io-Esso, l’altro è un oggetto, una funzione, uno strumento per soddisfare un bisogno o confermare un’immagine di noi stessi. Al contrario, il rapporto Io-Tu è l’incontro autentico che non strumentalizza; è il momento in cui l’altro viene riconosciuto nella sua interezza e alterità.
Come suggeriva Viktor Frankl (2), l’incontro vero può instaurarsi solo su un piano umano e personale, non è una transazione di informazioni, ma un evento che trasforma entrambi i partecipanti. La vera relazione è faticosa, impegnativa, mette a nudo le nostre vulnerabilità e le difese che costruiamo per proteggerle; eppure, è l’unica dimensione capace di saziarci.
Marcel Proust (3) lo descriveva con amara lucidità:
«Coltiviamo le begonie, potiamo i tassi in mancanza di meglio, perché i tassi e le begonie si lasciano fare. Ma preferiremmo dedicare il nostro tempo a un arbusto umano, se fossimo sicuri che ne valesse la pena».
Tuttavia, nella “società liquida” descritta da Zygmunt Bauman (4), i legami umani tendono a diventare fragili, pronti a essere sciolti al primo segno di attrito. Spesso non sono veri legami, ma nomi e visi che identifichiamo in un piano astratto. Bauman parla della sostituzione della “relazione” con la “connessione”, mentre la prima richiede impegno e gestione del conflitto, la seconda è un interruttore che si accende e si spegne con un clic. Nelle reti sociali cerchiamo spesso “connessioni” che funzionino come specchi per il nostro ego, riducendo l’incontro a un mero scambio di consensi.
Qui possiamo ricordare la riflessione di Byung-Chul Han (5). Il filosofo coreano osserva che nel mondo digitale l’Altro sta scomparendo, siamo immersi nell’ “espulsione dell’altro” e cerchiamo solo ciò che è uguale a noi, ciò che ci rassicura, ciò che ci piace (il like facile), evitando l’urto e la sfida che l’alterità comporta. La relazione online rischia così di diventare un soliloquio collettivo, dove il contatto è strumentalizzato per scacciare la solitudine, senza però accogliere il mistero e la complessità dell’altra persona. In questo senso, riprendendo il concetto di Vita Contemplativa, (6) l’incontro richiede la capacità di sostare, di stare tempo con l’altro senza uno scopo immediato.
È possibile, allora, creare una vera relazione a distanza? La sfida della modernità non è rifiutare il mezzo digitale, ma utilizzarlo con intenzione. Una connessione diventa relazione quando smette di essere un semplice “collegamento” e diventa uno spazio di comunicazione profonda. Anche attraverso uno schermo, l’incontro accade quando siamo disposti a essere “visti” veramente e non solo “mostrati”.
In terapia, come nella vita, la guarigione passa attraverso il recupero della dimensione del “Noi”. Significa riscoprire la pazienza dell’ascolto e il coraggio di mostrarsi nella propria interezza; perché, come ricordava Buber, “tutta la vita vera è incontro“, e solo nell’incontro con l’altro l’essere umano si scopre davvero se stesso.
Bibliografia
(1) Buber M. (2017) Yo y Tù. Herder Editorial, S.L., Barcelona
(2) Frankl V. (2015) El hombre en busca de sentido. (Comitè de traducciòn al español Trad.) Herder Editorial.
(3) Proust, M. (1913). A la busca del tiempo perdido I, Por la parte de Guermantes, Ediciòn de Mauro Armiño, Valdemar/clàsicos (2000).
(4) Zigmun Bauman. Amore Liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi. (Trad. Sergio Minucci), Laterza, 2006
(5) Byung-Chul Han, L’espulsione dell’altro (Trad. Vittorio Tamaro), Nottetempo, (2024)
(6) Byung-Chul Han, Vita contemplativa o dell’inazione (Trad. Simone Aglan-Buttazzi), Nottetempo, 2023
Immagini in ordine:
Edward Hopper, Summer Evening, 1945 [copertina]
Edward Hopper, Nighthawks, 1942
Edward Hopper, Chop Suey, 1929.
Edward Hopper, Excursion into Philosophy, 1959.
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